Mauro Dalu

News

Clima: siamo al punto di non ritorno?

Articolo di: Giuseppe Dalu
Negli anni cinquanta si diffuse l’idea che il consumismo avrebbe portato sviluppo e benessere, ma già negli anni sessanta si incominciarono a vedere due effetti collaterali indesiderati:

1. impatto negativo sull’ambiente, e l’approccio “usa e getta” portò molto presto al problema dello smaltimento dei rifiuti, tuttora irrisolto;
2. aumento del divario tra paesi ricchi e paesi poveri, e anche tra ricchi e poveri dello stesso paese.

McNamara si rese conto, e denunciò il fatto, che il 20% della popolazione stava usando ben 80% delle risorse del mondo (Robert S. McNamara, U.S. Secretary of Defense from 1961 to 1968, President of World Bank, from 1968 to 1981). Fu incoraggiato il volontariato (e.g. Peace Corps) e altre iniziative minori, con una portata e una durata troppo limitate per produrre effetti tangibili.

Per la difesa dell’ambiente, all’inizio degli anni settanta gli Stati Uniti crearono l’E.P.A. (Environment Protection Agengy), ma i primi allarmi sul riscaldamento globale vennero ridicolizzati. L’E.P.A. si interessava piuttosto del deterioramento dello strato dell’ozono (ozone depletion) causato dall’uso diffuso dei fluorocarburi, e la necessità di valutare l’impatto dei voli supersonici commerciali in stratosfera (Concorde), dove il tempo di permanenza degli inquinanti prodotti è di anni, e non di circa una settimana, come avviene in troposfera dove vengono rimossi da nubi e temporali. Era tuttavia un notevole passo avanti il rendersi conto che l’uomo era in grado di introdurre alterazioni dell’ambiente a scala planetaria. Per il riscaldamento globale però, gli Stati Uniti rifiutarono di firmare il Protocollo di Kyoto, che imponeva tempi e modi per limitare l’immissione di gas serra in atmosfera.

CO2-Temp

Nel 2006 arrivò il grido d’allarme dello scienziato inglese James Lovelock, che in un’intervista al giornale “Independent” sostenne che il riscaldamento della terra avrebbe ormai raggiunto il punto di non ritorno, e che l’umanità avrebbe davanti a sé poco meno di un secolo. L’impatto dei cambiamenti climatici, nel giro di una cinquantina di anni, sarebbe tale da permettere la vita solo in una porzione molto limitata della terra, condannando miliardi di persone a morte certa. La previsione arriva da un approccio sicuramente originale che osserva l’insieme dei fattori che agiscono sull’atmosfera come, per esempio, lo scioglimento dei poli, che porterà a un innalzamento della temperatura degli oceani, perché i ghiacci non rifletteranno più i raggi solari.

Greenpeace, pur sottolineando che le notizie per l’ambiente negli ultimi tempi erano decisamente negative, giudicò eccessive le posizioni di Lovelock.

Invece no. Lovelock è un climatologo e ha esaminato soltanto le alterazioni provocate dall’uomo sul clima, e non ha preso in considerazione l’aumento esponenziale della popolazione, l’enorme massa di disperati pronti a tutto, la diffusione crescente delle armi di distruzione di massa, l’esistenza di dittatori che inseguono il potere sacrificando il benessere del proprio popolo.

Il riscaldamento globale può in realtà innescare una reazione a catena con conseguenze catastrofiche mai viste, e questo già negli anni 2030.

Ormai è una corsa contro il tempo.

Questo articolo partecipa al Blog Action Day 2009.

Lascia un commento

« Gesù al Centro 2009: Programma del Good News Festival in Tour   Good News Festival si prepara per il 2010 »